Trovare lettere con francobolli con annulli "a spicchio" paga l'occhio. Ce ne sono ma non sono comuni, ad occhio direi 1-2% del totale.
Documenti coevi della direzione di Milano della prima metà del XIX secolo ci fanno conoscere la raccomandazione agli uffici periferici di utilizzare per la preparazione degli inchiostri sostanze che non imbrattassero le lettere o emanassero un cattivo odore. Si tratta di un periodo in cui ogni ufficio si arrangiava preparando inchiostri con ricette personalizzate preparate con quello che si trovava a portata di mano. Il nero per stampa e l'inchiostro Dinkler successivo tardarono a prendere piede.
Così come è noto che i destinatari lamentavano di ricevere lettere, magari confezionate con senso estetico dal mittente, che però portavano un'infinità di segni della lavorazione postale: timbro di partenza, bolli accessori, segni vari di tassa applicati e ripensati, oltre ai danni derivanti dal viaggio.
A questo doveva avere pensato l'impiegato postale di Venezia quando ebbe davanti agli occhi la lettera lavorata dall'inserviente preposto all'annullamento dei francobolli, operazione proprio di routine.
E infatti al verso non mancò di nascondere la propria irritazione e dare spiegazioni al destinatario. A noi collezionisti la lettera può piacere ma esteticamente all'epoca doveva risultare obbrobriosa: 5 francobolli e oltre 20 impronte di timbro, buona parte inutili.
